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Ebbene si!
Il libro “Storie e flussi di parole” che fino a qualche giorno fa era completamente leggibile in questo blog, ora è acquistabile al seguente indirizzo:

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Ho dovuto eliminare tutti i post e lasciarne qualcuno come anteprima del libro stesso.

Jack e l’uomo

Jack disse: “Si, è così”. L’uomo alle sue spalle si fece scuro in viso, come se avesse compreso in un istante il significato della vita. Abbassò leggermente il capo e, portandosi la mano al mento, iniziò a riflettere. Jack immobile sentiva l’uomo muoversi alle sue spalle. Non aveva paura in quel momento. Avrebbe dovuto esserlo, come sempre, ma non fu così in quel momento.
L’uomo fece quattro passi in direzione opposta di Jack. Si fermò. Alzò il capo come illuminato da una verità, chissà quale. Fissò il cielo. Guardò le spalle di Jack. Jack si sentì osservato, giustamente direi..
Allora Jack si voltò e disse seccato: “Si si! E allora?!” e andò via.
L’uomo non capì, ma sapeva bene che in quel momento il silenzio era la cosa più giusta.
Jack, una volta lontano, disse tra se e se: “Volare non è da stupidi, tanto meno se basta concretizzare un sogno per renderlo realtà”. Giunse sul bordo di un precipizio. Osservò il fondo scuro del burrone. Jack sorrise, girò i tacchi e se ne andò.

La convinzione è una brutta bestia. Ed esser convinto di qualcosa per cui tutti ti deridono non è una bella cosa. Ma Ted guardava oltre. Era lungimirante. Sapeva che un giorno sarebbe riuscito a farsi un tatuaggio sulla schiena da solo, sapeva che un giorno sarebbe riuscito a baciare la gatta della vecchia vicina di casa, sapeva che un giorno sarebbe riuscito a dominare le acque del mare con una zattera e un motore giocattolo montato sopra, sapeva che un giorno avrebbe lasciato la sua città per trasferirsi nella tana dell’orso Zigloo che viveva nel bosco ad un paio di chilometri da casa sua, sapeva che un giorno sarebbe riuscito col pensiero a mutare il colore dei propri capelli, sapeva.. anzi, era convinto, che un giorno sarebbe riuscito a maneggiare un coltello da cucina per affettare l’anguria.
Ma non era quel giorno. Si tagliò la mano. Sangue ovunque. Svenne alla sola vista del suo sangue, morendo dissanguato.

Non c’è tempo. Corri Frank corri! O forse… forse è già troppo tardi. Cerca piuttosto di non farti vincere dalla collera e dal nervosismo. Resisti. Resta al tuo livello, non scendere a quello degli altri.
E Frank si fermò. Respirò. Si sedette al centro della strada e respirò.

Jack lavora

Pausa pranzo. Lavoro finito. Piatto davanti e tanta, tanta merda dentro. Cucchiaio in mano e Jack mangia: boccone dopo boccone, merda allo stato puro. E’ tantissima. Stupendo pensare che ad ogni boccone preso col cucchiaio nel piatto raddoppia la porzione. Ed è sempre più colmo. Jack si ritrova a mangiare merda direttamente sul tavolo. E’ tantissima. E aumenta sempre. Jack è impassibile. La mangia. Non la valuta. E’ impassibile. Mangia e rimangia. Mastica poco, ingoia. Cucchiaio dopo cucchiaio si vuole convincere di una cosa: gli piace! E la merda aumenta. Non è mai sazio abbastanza.
Ma ecco cascargli uno stronzetto per terra. Lui cerca la forchetta. L’afferra. Si china sul pavimento e sta per inforcare lo stronzetto quando Eddie Robbantica e le sue scarpe luccicanti si presentano davanti ai suoi occhi. Eddie fa: “Allora?” e Jack “Scusi signore, non volevo”. Eddie allora “Prendi e mangia, che devi saziare la tua fame!” e Jack, scusandosi nuovamente, senza inforcare il pezzo, mangia lo stronzetto puzzolente direttamente da terra come un cane affamato. Eddie gli urla: “Bravo.. SVEGLIATI ORA”.
E Jack si svegliò. Cinque minuti e sarebbe terminata la sua giornata lavorativa. Forse, quel giorno, non avrebbe più tentato di suicidarsi dal balcone di casa sua. Almeno per quel giorno..
Era stupendo il panorama. Quelle montagne dal cucuzzolo innevato. Per non parlare delle sfumature che avevano man mano che le si guardava più in basso con lo sguardo. Dal bianco cieco al verde lucente della valle. Questo sfondo era davvero l’ideale col cielo azzurro di quel giorno.
A seguito della valle ecco la città. Dall’inizio alla fine. Palazzi alti massimo quattro piani, villette, giardini, la cattedrale, il fiume che tagliava in due con una curva secca tutto il paese. Fantastico.
L’aria fresca, limpida e piacevole.
Ma Frank dalla finestra della sua camera sapeva che non avrebbe mai più messo piede al di fuori di quelle quattro mura. Il chè, bisogna dirlo, non era bello…
Solo sulla poltrona. Zapping alla tv. La palpebra cala facilmente, in questo modo.
Era stanco Ted. Aveva sonno. Molto sonno. Giornata faticosa. Ora, finalmente, il meritato riposo.
“DIN DON” urlò il campanello. Ted saltò dalla poltrona posizionandosi come un cowboy in un film western che sta per confrontarsi in un duello. Si guardò furtivo attorno. “DIN DON!!” rituonò il campanello. Di scatto Ted si voltò di 180 gradi verso la porta.
Si rilassò per un attimo, recuperando lucidità.
Andò verso la porta. Sbirciò dallo spioncino. Assorto nei pensieri sul chi fosse cercò di mettere a fuoco la figura. Sembrava un bambino. Tozzo ometto dietro lo spioncino.
“Mah” pensò. E aprì la porta.
Fu allora che il bambino, sorridente, si tolse strisciando con i piedi verso destra come una paperetta al tiro a segno. Ted fece un espressione tanto stupida quanto stupita. A quel punto Lee, in nero, con un passo a gambe divaricate, si piombò sull’uscio e salutò il suo vecchio amico con un sonoro pugno sul muso.
Ted perdeva sangue. Cadde quasi a rallentatore. Il tempo pesatto che gli bastava per capire che Lee fosse lì davanti a lui per i debiti che gli doveva. Cadde come una pera. Cadde. E la testa prese lo spigolo del tavolino che era lì. Ted morì sul colpo. Lee andò via col bambino.
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